«Me pari la sora Camilla, tutti la vogliono, nessuno se la piglia»: questo celebre detto popolaresco romano si adatta perfettamente al grave dilemma delle preferenze elettorali e chiarisce perché questa questione si ripresenti incessantemente da oltre tre decenni. Per i politici, lamentarsi della mancanza di preferenze è un imperativo, altrimenti si rischia di essere percepiti come avversari della sovranità popolare, con conseguenze negative sul fronte elettorale. Tuttavia, per questi stessi politici, in particolare per quelli ai vertici, la concreta attuazione delle loro istanze rappresenterebbe un’eventualità tanto indesiderata quanto il ritorno effettivo delle preferenze. La riforma presentata da Giorgia Meloni configura una mediazione poco onorevole. Le preferenze, sebbene negate dall’opposizione per evidenti motivi di propaganda, esistono effettivamente. Tuttavia, esse si applicano esclusivamente a due partiti, quelli principali, che presumibilmente supereranno il 15% di consenso, ovvero FdI e Pd. Per tutti gli altri, il rischio è stato evitato: non eleggeranno più di un candidato per lista, il primo, il capolista, quello bloccato che non avrà bisogno di guadagni di preferenze al di fuori della segreteria del partito. Senza dubbio, ci sono malumori in FdI e qualche segnale negativo nel Pd, ma il rischio è stato per lo meno contenuto. Si potrà riprendere a invocare le preferenze in modo deciso, salvo poi adottare misure per ostacolarne la resurrezione. Il goffo balletto che si è consumato nei dibattiti sulla riforma elettorale alla Camera e al Senato è emblematico. A Montecitorio, FdI aveva deciso di sostenere un emendamento di Vannacci per il ritorno delle preferenze. Se il Campo largo avesse sostenuto tale proposta, sarebbe stata approvata con una schiacciante maggioranza bipartisan. Siamo di fronte a una situazione rischiosa, poiché proprio quel Campo sollecitava da mesi, anzi da anni, un risultato finalmente a portata di mano. Un’illuminante strategia fu adottata: il centrosinistra votò contro le preferenze «per non legittimare la riforma elettorale». Il riconoscimento per l’ipocrisia non manca. In questo modo, FdI poté votare coerentemente con quanto affermato negli ultimi tredici anni, senza timori. Tuttavia, al Senato, il centrosinistra cambiò idea e, nonostante la „legittimazione“, propose una serie di subemendamenti per ciò che aveva rigettato alla Camera. Se FdI avesse votato a Palazzo Madama come aveva fatto a Montecitorio meno di un mese prima, il tema delle preferenze sarebbe tornato in auge. Gli alleati si opposero. Meloni, con coraggio, retrocedette rapidamente. Il Campo criticò aspramente l’insulto alla sovranità popolare, dimenticando il suo ruolo cruciale nel negarla solo poche settimane prima. Questo andazzo prosegue da anni. Le segreterie di partito insistono nel selezionare i fedeli, rifiutando di sottomettersi alla volontà popolare; così, si lamentano pubblicamente mentre sabotano in privato. È opinione comune che questa strategia fuorviante rimanga sostanzialmente impunita: si pensi che gli italiani, con molteplici problemi da affrontare, possano preoccuparsi di una questione così complessa come le preferenze. Non è certo una questione di fisica quantistica. Eppure, bisogna ricordare che il primo e cruciale colpo inferto a una Prima Repubblica che all’epoca sembrava incrollabile avvenne proprio in nome delle preferenze, o più precisamente, dell’abolizione delle preferenze multiple, oggetto di un referendum nel 1991. Le preferenze, oggi simbolo di culto almeno in apparenza, venivano allora aspramente criticate: gli elettori potevano esprimere tre o quattro preferenze e il meccanismo favoriva una molteplicità di abusi: voto di scambio a livello nazionale, infiltrazioni della criminalità organizzata, accordi segreti tra correnti di partito e possibilità di controllo del voto tramite vari espedienti.

I referendari proponevano di limitare il danno riducendo le preferenze a una sola. I partiti di governo, che traevano sostentamento da quel sistema, si opposero con fermezza. Craxi esortò gli elettori a esprimere le proprie scelte in favore delle spiagge, cercando di compromettere il numero legale. Con sorpresa generale, il quorum fu raggiunto e le preferenze multiple furono abolite. Questa decisione segnò l’inizio della fine per la Prima Repubblica. La nuova legge elettorale, introdotta dopo il referendum del 1993, nota come Mattarellum, non prevedeva preferenze neppure nella quota proporzionale, e così hanno fatto le successive leggi elettorali. Nel momento opportuno, gli ingegneri elettorali hanno sempre trovato il modo di evitare tale inconveniente, pur senza rinunciare a utilizzarlo come strumento nella campagna elettorale. In definitiva, la premier non ha del tutto torto nel dichiarare di essere stata la prima, sebbene in modo ampiamente attenuato, a reinserire le famigerate preferenze. Se qualcuno tenterà di superare questo livello minimo, dovrà affrontare un ostacolo profondamente bipartisan e insormontabile: gli interessi delle segreterie di tutti i partiti.


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